31 Agosto 2021 · Coronavirus

La quarantena ad Hong Kong: Un deserto-prigione di lusso

Hong Kong (BC.it) – Da tre giorni mi trovo in quarantena obbligatoria in un albergo vicinissimo (anzi: attaccato) all’aeroporto di Hong Kong, a Chek Lap Kok sull’isola d Lantau. L’albergo è il Royal Airport Hotel. Il governo di HK è molto serio sulla quarantena: per arrivare a zero casi di Covid, obbliga i viaggiatori che arrivano qui a sottoporsi a 21 giorni (Paesi ad alto rischio, come la Svizzera), o 14 (Paesi a rischio medio, come l’Italia), o 7 giorni (per Nuova Zelanda) di isolamento stretto.
Lo zelo di questo governo è tale che ogni giorno rischiano di cambiare regole, allargando la fascia dei Paesi ad alto rischio… Non vi sto a spiegare – dato che è una cosa lunga – come lo stare in Svizzera solo per 40 minuti (come dovevo fare io), dall’oggi al domani è stato ritenuto un “provenire da Paesi ad alto rischio”. E così mi sono toccati 21 giorni di quarantena, che è assoluta: chi esce dalla sua stanza d’albergo è colpito da multe (2500 euro) e da 6 mesi di prigione!
L’aeroporto sotto il Covid
All’arrivo in aeroporto si è trasportati in un settore (penso quello dei voli intercontinentali) dove si va in processione, distaccati di un metro, con un badge al collo, per riempire un documento in cui si prende nota delle vaccinazioni (tipi, quando, …), dei test negativi prima di partire, e si sottomettono le persone a test all’arrivo. Se sei ammalato vai in ospedale; se sei negativo al Covid vai alla quarantena.
Lo spazio è enorme e si percorrono queste hall lunghissime, con impiegati vestiti da infermieri (camice azzurro, mascherina, visiera, guanti di gomma, …) che ti danno indicazioni stando almeno a un metro da te, senza parlare ma solo con gesti. L’impressione è che ti trattano come un malato (anche grave!), sebbene per arrivare hai dovuto presentare test negativo al Covid e doppia vaccinazione. Finalmente ci mettono in un angolo della hall seduti a distanza, in attesa dei risultati del test (naso-faringeo) fatto all’arrivo. Un po’ per la stanchezza, un po’ per l’imbarazzo, tutti tacciono come se si sentissero colpevoli di aver osato varcare i confini, col rischio di portare la malattia fino a qui (mentre, di per sé, all’origine è stato il contrario!).
Se l’esito è negativo, allora ti viene ordinata la quarantena e l’albergo (quello per cui tu hai già pagato 21 giorni di permanenza).
L’albergo- lazzaretto
All’albergo c’è tutto un piano dell’edificio – forse di più – dedicato alla quarantena. Davanti ad ogni porta c’è una sedia. Siccome non ci può essere contatto fisico fra viaggiatori e inservienti, tutto avviene attraverso la sedia: sopra la sedia ti portano e ti lasciano colazione, pranzo, cena. Sotto la sedia metti i rifiuti da far portare via (sempre in busta di plastica sigillata!). Ogni tre giorni ci si sottopone a un test (della saliva) e si deposita la provetta sopra la sedia, dopo il pranzo.
Le cose curiose sono due: la prima è che siamo vaccinati, testati negativi alla partenza e all’arrivo, eppure veniamo trattati come malati, tubercolotici o lebbrosi! Se per caso apri la porta e non porti la mascherina, se ti trovi davanti a un inserviente, quello si allontana, non ti parla: puoi domandare cose solo al telefono, non di fronte a qualcuno!
La seconda cosa curiosa è che per questo trattamento da malato c’è stata la nostra adesione: abbiamo tutti firmato l’acconsentire alla quarantena, ai test, ecc… come se fosse una nostra decisione, quando in realtà è stato un obbligo fin dall’inizio! Se non accetti questa procedura, non vieni ad Hong Kong.
Esperimento o paura
Apprezzo lo zelo del governo di Hong Kong, ma oso dire che lo trovo esagerato: se uno è vaccinato, negativo al test, perché metterlo in isolamento in hotel? E perché per 21 giorni? Non bastano 7 giorni con tamponi a go-go per scoprire sintomi sviluppati da possibili varianti?
Qualche accademico dice che le regole anti-Covid sono divenute un grande esperimento di controllo sociale, che implica la sottomissione dell’individuo e il potere assoluto dell’autorità politica, in nome della salute pubblica.
A me sembra ci sia anche una grande paura e un tentativo di farla finita con la globalizzazione e l’immagine del mondo come un mescolamento nella libertà. Ormai ognuno deve starsene a casa sua, coi suoi bacilli, le sue idee e le sue religioni!
In ogni caso, questa del Covid è un’occasione per ripensare e dare valore alla nostra convivenza.
La mia giornata
Come passo le giornate?
Cerco di costruirmi un orario della giornata: alle 5.30-6 mi sveglio e dopo il caffè dico il breviario; poi faccio la mia prima mezz’ora di meditazione; dopo celebro la messa sul tavolino della stanza. Per questo ho tutto: ostie, vino, messale online, icona e crocifisso della partenza. Questo crocifisso è la terza volta che viene in Cina: era di p. Danieli, della missione dell’Henan, espulso negli anni ’50 alla venuta di Mao; poi è stato mio, fino al 1997, e ora ritorna ancora nel mondo cinese.
Alle 7.30-8 arriva la colazione, depositata sulla sedia nel corridoio. Come dei prigionieri, andiamo a prendere il rancio e lo mangiamo all’interno. Poi richiudiamo i resti e la scatola di plastica che contiene il cibo e la lasciamo sotto la sedia.
Per passare il tempo, dedico una o due ore a ripassare i caratteri cinesi, con storie e frasi per bambini (o per adulti analfabeti, come me). E poi vi è un lungo periodo dedicato alla lettura dei giornali e a notizie su Cina e Hong Kong.
Verso le 17 dico il rosario passeggiando nella stanza e poi faccio alcuni esercizi di ginnastica da camera. Verso le 18.30-19.30 arriva la cena, sempre con lo stesso metodo del rancio. Bisogna dire che l’albergo mette a disposizione caffè (nescafé), zucchero e tè.
La sera è dedicata alla lettura (sto leggendo un libro sul Sud est asiatico, stretto nella morsa fra le due potenze mondiali, Cina e Stati Uniti), o alle conversazioni con confratelli e amici.
C’à la televisione in camera, ma al di là di programmi di cucina, o di intrattenimento, ha molto poco: quasi zero film, non canali di informazione mondiale interessanti (Bbc, Deutsche Welle,…). Non so se devo pagare per avere di più, o se è frutto di una censura, o di un’educazione all’infantilismo. Pechino però è molto attenta all’educazione die giovani: ha detto che vuole cambiare il modo con cui si educano i giovani e ha obbligato le compagnie di giochi online di permettere ai ragazzi minori di 18 anni di poter giocare solo un’ora ogni giorno del weekend!
Verso le 21.30-22, vado a letto e prima di addormentarmi leggo un giallo (in italiano!): una cosa che da molto tempo mi concilia il sonno!
Mi siete presenti come non mai, con gli sms (forse troppi), le telefonate, le mail… Vi ricordo nelle preghiere e nella messa.
 
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